L’attenzione generale è attualmente concentrata sul costo dei carburanti, in particolare del gasolio, oggetto principale delle lamentele nazionali. Troppi osservatori sembrano ignorare la presenza di due guerre in corso, pretendendo che il sistema economico rimanga totalmente immune agli shock globali e dimenticando la resilienza delle generazioni passate, abituate a ben altre ristrettezze.
Anche se il conflitto non tocca direttamente il territorio nazionale, le sue ripercussioni indirette continuano a condizionare profondamente la catena di approvvigionamento e i costi interni.
Il falso mito del prezzo del petrolio e dello Stretto di Hormuz
L’attenzione generale è attualmente concentrata sulla crisi in Iran, erroneamente identificata come la causa principale dell’aumento dei prezzi dei carburanti. È necessario procedere con un’analisi strutturata per comprendere le reali dinamiche economiche.
Per quanto riguarda la crisi petrolifera e lo Stretto di Hormuz, sui social media si diffonde frequentemente il confronto con il passato: quando il petrolio raggiunse i 150 dollari al barile, la benzina costava 1,70 euro, mentre oggi, con il greggio a 90 dollari, il costo supera i 2 euro. Questa discrepanza alimenta teorie su presunti complotti o speculazioni occulte.
In realtà, tale percezione è infondata. Il costo della materia prima influenza direttamente i prezzi finali, e paradossalmente si registra una speculazione maggiore nelle fasi di rialzo del petrolio rispetto alla situazione attuale.
Di conseguenza, è opportuno escludere lo Stretto di Hormuz e le fluttuazioni del petrolio come fattori determinanti per l’attuale rincaro.
Il ruolo delle accise e il confronto con gli altri Paesi europei
La questione delle accise viene spesso strumentalizzata attribuendo allo Stato intenti speculativi. Sebbene rappresentino una quota fissa molto elevata di circa sessanta centesimi al litro, il loro importo rimane invariato indipendentemente dal prezzo della materia prima. Anche un ipotetico taglio drastico non risolverebbe strutturalmente il problema, lasciando i costi comunque elevati. È necessario comprendere la reale incidenza di questa componente sul prezzo finale, evitando semplificazioni fuorvianti.
Analogamente, il confronto con altri Stati europei evidenzia come i prezzi elevati non siano un’anomalia italiana, ma una tendenza continentale, con nazioni come la Danimarca che superano ampiamente i due euro e cinquanta al litro. Paesi come Spagna, Croazia e Slovenia applicano politiche fiscali differenti, rinunciando a parte delle entrate sui carburanti e compensando in modi specifici, come nel caso sloveno con il flusso transfrontaliero o spagnolo con la tassazione sul turismo.
Nel contesto italiano, tuttavia, un intervento radicale sulle accise risulta impraticabile a causa dei vincoli strutturali sul debito pubblico e delle direttive europee, il cui mancato rispetto attiverebbe immediatamente procedure sanzionatorie e richiami istituzionali analoghi a quelli registrati negli anni passati. L’impossibilità di eliminare queste imposte deriva da equilibri macroeconomici stringenti.
In sintesi, l’aumento dei prezzi non è imputabile alle dinamiche dello Stretto di Hormuz, a presunte speculazioni dei gestori locali o a un’anomalia esclusivamente nazionale, trattandosi invece di una dinamica complessa legata a fattori strutturali e vincoli di bilancio ineludibili.
La vera causa: la guerra in Ucraina e la crisi dei raffinati
Il fattore determinante all’origine della crisi dei prezzi non risiede nel conflitto in Iran, bensì nelle ripercussioni della guerra tra Russia e Ucraina sulla filiera energetica. Un punto di svolta critico è rappresentato dalla distruzione del gasdotto Nord Stream avvenuta negli anni passati, un evento le cui conseguenze strutturali sono state ampiamente sottovalutate nel dibattito pubblico.
Le successive sanzioni autoimposte hanno interrotto l’approvvigionamento di gas, petrolio e derivati dalla nazione che tradizionalmente li forniva a condizioni economiche vantaggiose, costringendo i mercati a cercare alternative più onerose e alterando radicalmente gli equilibri della distribuzione globale.
Il ruolo della Russia non si limita all’estrazione di materia prima, ma comprende una massiccia capacità di raffinazione che generava storicamente un surplus di benzina e gasolio destinato all’esportazione. La scelta strategica di Mosca di bloccare per legge l’export di carburanti raffinati, privilegiando il riempimento delle scorte interne a causa dello stato di conflitto e delle restrizioni, ha inferto un colpo severo al mercato mondiale, innescando la prima e reale ondata di rincari.
Un ulteriore fattore critico è emerso quando le raffinerie russe hanno iniziato a subire problemi tecnici a causa dell’azione di droni (definiti eufemisticamente come “uccelletti volanti”). Nonostante i guasti siano stati riparati rapidamente, la capacità produttiva interna ha subito una contrazione, scendendo a circa l’ottanta percento del fabbisogno nazionale.
Questa flessione ha costretto Mosca a interrompere le esportazioni e a inserirsi direttamente sul mercato globale per acquistare carburanti raffinati (benzina e gasolio) al fine di coprire il restante venti percento del proprio consumo interno. Un volume di acquito di tale portata, unito alla necessità concomitante per i paesi dell’emisfero settentrionale di riempire le riserve strategiche in vista della stagione invernale, ha scatenato una forte competizione sui prezzi.
Di conseguenza, il costo del gasolio sul mercato mondiale è raddoppiato a partire dal primo gennaio 2026, con una tendenza al rialzo che rischia di proseguire. Questa dinamica conferma che la crisi attuale non è imputabile a speculazioni locali, a decisioni governative nazionali o alle politiche fiscali sulle accise, ma a squilibri profondi della filiera energetica internazionale.
Perché la produzione delle raffinerie italiane non influisce sui prezzi
Nonostante l’Italia disponga di un sistema di raffinazione nazionale — guidato principalmente da ENI — in grado di coprire il fabbisogno interno e persino di generare un piccolo surplus per l’esportazione, la produzione locale non protegge i consumatori dai rincari. Gran parte di queste infrastrutture strategiche è stata progressivamente aperta al mercato e ceduta a soggetti esteri nel corso degli anni.
I prezzi dei carburanti sul territorio nazionale non dipendono dalla disponibilità fisica del prodotto, ma sono interamente determinati dai listini del mercato globale e internazionale. A differenza di altri paesi, come la Slovenia, in cui lo Stato interviene direttamente sui prezzi, in Italia vige un sistema basato sulle regole del mercato libero, non riconducibile alle scelte dell’attuale governo o di singole amministrazioni.
Di conseguenza, sperare in un abbassamento dei costi al distributore grazie alla florida produzione delle raffinerie nazionali è irrealistico. Anche disponendo di ingenti quantitativi di carburante all’interno del bacino del Mediterraneo, il prezzo finale continuerebbe a seguire rigorosamente le fluttuazioni e le regole dettate dai mercati internazionali.
La speculazione dell’IVA e le possibili azioni
Il dibattito non deve concentrarsi su una rassegnazione passiva, ma sull’individuazione dei reali margini di intervento. Un elemento critico su cui lo Stato effettua un prelievo maggiore è l’IVA, la quale, a differenza delle accise, cresce in proporzione all’aumento del prezzo ed è calcolata persino sulle accise stesse. Questa modalità di calcolo deriva da una specifica direttiva dell’Unione Europea, recepita successivamente dalle normative nazionali, escludendo quindi intenti fraudolenti originali da parte dello Stato italiano, pur rimanendo una componente fortemente contestabile.
In questo scenario, le uniche azioni concrete percorribili nel proprio piccolo consistono nel richiedere la cessazione del conflitto in Europa, fattore scatenante primario dell’instabilità energetica. Paesi come la Russia o la Cina dispongono delle risorse finanziarie per acquistare raffinati sul mercato globale e possono calmierare i prezzi interni senza sottostare ai vincoli del mercato libero europeo.
La strategia auspicabile richiede di indirizzare il dibattito pubblico verso le vere cause strutturali della crisi — legate ai mercati mondiali e alle dinamiche geopolitiche — evitando rivendicazioni infondate su presunte speculazioni locali. Finché i prezzi dei carburanti raffinati rimarranno elevati a livello globale, i costi alla pompa continueranno a risentire pesantemente di questa situazione.